Carla Arocha e Stéphane Schraenen, Circa Tabac (dettagli), 2007. Courtesy the artists. Johann Georg Pinsel, St. John the Apostle and Our Lady (dettaglio), 1758. Courtesy Lviv National Gallery, Ukraine. Photo: Alex Salinas 2018

Milano – Se dicendo “Barocco” il vostro pensiero corre ai quadri del Seicento siete (in parte) fuori strada. Nel progetto espositivo in arrivo da Fondazione Prada il significato del termine si dilata oltre i limiti della storia, per stendere nuovi ponti tra la nostra sensibilità e quella di un Caravaggio o di un Van Dyck.

Nasce nell’ambito di Anversa Barocca 2018. Rubens inspires il percorso di Sanguine – Luc Tuymans on Baroque, per approdare a Milano in versione ampliata e rinnovata: in mostra più di 80 opere realizzate da 62 artisti internazionali attraverso un’ampia varietà di linguaggi e presentate da uno dei pittori più influenti della scena attuale.

In una veste di curatore che non gli è nuova, Tuymans rilegge l’estetica del Barocco ispirandosi a Walter Benjamin, in un itinerario visivo che spazia tra artisti contemporanei e celebri maestri della pittura seicentesca (Pieter Paul Rubens, Caravaggio, Antoon Van Dyck, Guido Cagnacci, Adriaen Brouwer, Jacob Jordaens, Johann Georg Pinsel, Michaelina Wautier, Francisco de Zurbaran).
A legarli è una trama dai molti fili, che percorrono l’allestimento e rispecchiano il modo di procedere degli stessi artisti: metodi combinatori che di volta in volta assemblano il molteplice secondo nuove prospettive, senza mai raggiungere una sintesi definitiva.

C’è l’ossessione per il corpo, per il sangue e per la violenza, l’estasi convive con il terrore, il disgusto con la meraviglia, secondo una dinamica di contrasti teatralizzati nata proprio nel Seicento. A ciò si aggiungono il gusto per l’eccesso, la fugacità, il senso di dispersione e la perdita della visione totale a vantaggio del frammento, che già alla fine dagli anni Ottanta il semiologo Omar Calabrese individuò come tratti distintivi del postmoderno, per cui coniò la definizione di “età neo-barocca”. Non a caso, ha come spiegato Tuymans, il Barocco seicentesco prese forma in un contesto storico-sociale di totale incertezza simile a quello in cui viviamo oggi.

Da questo caos entropico e virulento emerge l’indagine sulla figura dell’artista, sul suo protagonismo, sul desiderio di comunicare intensamente e direttamente con il pubblico. Desiderio che il curatore belga fa risalire nientemeno che a Caravaggio, presente in mostra con due dipinti ad altissimo impatto come il Ragazzo morso da un ramarro e Davide con la testa di Golia.
E, a proposito di art system, è interessante notare come il Barocco storico rappresenti un momento decisivo nell’internazionalizzazione e globalizzazione delle tendenze estetiche, pur mantenendo specificità legate alle culture locali e alle sensibilità dei singoli interpreti.

L’impressione è che Sanguine sarà una mostra da guardare più che da raccontare: il confronto tra le opere, ha chiarito Tuymans, è concepito per svilupparsi prima di tutto dal punto di vista visivo. Per poi avvolgere i visitatori in una tela di rimandi ed emozioni (per lo più poco rassicuranti): tra Rubens e Takashi Murakami, tra il kitsch di Pinsel e quello di Jacques-André Boiffard, tra la densità dei colori a olio e la presenza immateriale di una video installazione, o quella fisica di una vetrina stracolma di soldatini intenti a perpetrare e subire ogni genere di violenza (Jake e Dinos Chapman, Fucking Hell, 2008). Tra i volti deformati delle vittime dell’atomica (On Kawara, Thanatophanies, 1955-95) e quello – trasfigurato da un orrore altrettanto grande – del gigante Golia nelle sembianze di Caravaggio.