Una scena tratta da Salvador Dalí. La ricerca dell’immortalità, nelle sale il 24, 25 e 26 settembre. Courtesy Nexo Digital

Tra le scogliere sferzate dalle onde, gli ulivi pettinati dal vento, i tramonti e i cieli che circondano Cadaqués infondendo pace interiore, prende forma e colore l’universo, ebbro di spiagge e sole, di Salvador Dalí.

A descrivere l’opera d’arte vivente che è il personaggio stesso del pittore – tra i più fantasiosi, turbolenti e imprevedibili del Novecento – il film evento Salvador Dalí. La ricerca dell’immortalità, al cinema il 24, 25 e 26 settembre, progetto originale esclusivo di Nexo Digital, prodotto dalla Fondazione Gala-Salvador Dalí e distribuito con i media partner Radio Capital, Sky Arte e MYmovies.

Il film che inaugura l’autunno della Grande Arte al Cinema, celebrando il prossimo anniversario che ricorda i 30 anni dalla morte del maestro, non è soltanto un documentario volto a far conoscere da vicino il pittore e l’uomo, con quegli spazi da lui ideati che hanno contribuito a plasmare l’immortalità del genio. Si tratta piuttosto di un racconto corale, a più voci, orchestrato da Montse Aguer Teixidor, la direttrice del Museo Dalí, da Jordi Artigas, Coordinatore delle Case Museo Dalí, ma anche da quelle testimonianze, racchiuse in filmati d’epoca, che la dicono lunga sull’indole di questo straordinario personaggio.

Le voci della sorella dell’artista, Anna Maria Dalì, dello scrittore Federico García Lorca, si affiancano a immagini, disegni e documenti, alcuni dei quali completamente inediti, che avvicinano lo spettatore a un genio unico nella storia dell’arte. Dalí che racconta un aneddoto su Gala – sua inseparabile musa e adorata compagna, moglie dalla spiccata sensibilità artistica – Dalí che si rasa i capelli dopo essere stato diseredato dal padre, e ancora il pittore che si gode il mare dalla terrazza della sua amata dimora, o che gioca a golf o a scacchi, sono immagini che è estremamente piacevole sfogliare, come un vecchio album di famiglia.

In un percorso che ha inizio nel 1929, anno cruciale per l’artista sia dal punto di vista professionale che personale, e che si conclude nel 1989 con la morte, drammaticamente desiderata dal pittore dopo la sofferta scomparsa della moglie, si costruisce la vita privata e artistica del genio.

È una storia che prende forma attraverso un’efficace geografia dei luoghi che consentono di scorgere vicende talvolta poco note. Simile a un gomitolo che si dipana sospinto dal vento e dai colori della Catalogna, somigliante a un’aurea fucina, sfogo creativo della sua eclettica esistenza, l’adorata casa a Portlligat – l’officina casalinga che, dalle finestre che si ingrandiscono con i progressivi ampliamenti dell’edificio, accoglie paesaggi tipici delle sue opere – è forse il centro da cui tutto prende vita.
In origine era una cella, uno striminzito nido di appena 22 metri quadri, proprietà di Lidia, una figura paesana che con la sua “follia plastica” e “cerebro paranoica” aveva esercitato una magnetica influenza sull’artista. Ma che negli anni si trasforma in un’enorme casa studio, circondata da uliveti, frequentata da artisti, giornalisti, personaggi pubblici da tutto il mondo che giungono in visita all’artista di fama internazionale.
È qui che Dalí realizza opere coma La Madonna de Port Lligat, ed è da qui che prendono avvio quelle sperimentazioni che lui stesso amava condividere con i suoi ospiti.

In questa orchestra di fotogrammi, dai quali esplode l’arte del maestro, lo spettatore vede emergere il genio.
Ma al centro di questa indispensabile geografia vitale ci sono sono anche la Parigi surrealista di Un Chien Andalou, prodotto e interpretato da Dalí e da Luis Buñuel, e la frenetica, moderna New York, simbolo di speranza e risurrezione.

In questo viaggio polifonico fatto di voci e testimonianze non manca la cornice della storia ad accogliere la narrazione che procede per fotografie, filmati d’epoca, interviste al pittore. Ci sono la guerra civile e la bomba di Hiroshima a depositare le loro drammatiche schegge anche sulle tele del maestro. E c’è la solitudine drammatica – conseguente alla morte di Gala – che trova riparo a Figueres – la città natale dove l’artista crea il museo-teatro Dalí, il suo testamento artistico – e poi al castello di Púbol, luogo immacolato per il pittore, donato tempo prima alla sua amata come simbolo di amor cortese, luogo in cui l’artista accedeva, quando Gala era in vita, esclusivamente su invito scritto della donna.

Quello che Alfred Hitchcock aveva definito “il miglior uomo in grado di rappresentare i sogni” e replicare il mondo del subconscio, non avrebbe mai immaginato che quell’immortalità, cui tanto anelava, l’avrebbe un giorno raggiunta davvero.