Il mappamondo di Leonardo. Courtesy Cambridge Scholars Publishing
Mondo – Vecchie navi, marinai, onde, mostri, e poi i sinuosi percorsi dei fiumi, le catene montuose ben delineate, le vette isolate dei vulcani: un lavoro tanto ben fatto da indurre a sospettare che dietro di esso ci fosse non un cartografo, ma un artista decisamente dotato. Così nel 2012 una mappa del mondo cinquecentesco apparve al collezionista belga Stefaan Missinne, incisa su un uovo di struzzo in vendita durante una fiera londinese.
Già dopo le prime ricerche Missinne, che era stato allievo dello studioso di Leonardo Carlo Pedretti, sospettò che quel prezioso globo, oltre a essere la prima testimonianza cartografica dell’esistenza dell’America del Sud, potesse essere stato prodotto dalla mano del genio di Vinci.

La scoperta, che già allora fu accolta con clamore, è stata ora suffragata da studi approfonditi: dal raffronto con i codici leonardiani all’analisi del tratto – mancino – dell’autore; dalla datazione esatta (1504) grazie a test al carbonio 14 all’individuazione dell’insolito allevamento di struzzi – in un giardino di Pavia – da cui con ogni probabilità proveniva l’uovo. Fino al confronto, svolto soprattutto in Italia, con un gran numero di esperti del Rinascimento e di Leonardo nonché studiosi della cartografia rinascimentale, come il professor Leonardo Rombai dell’Università di Firenze.
Una ricerca interdisciplinare proprio come gli interessi del genio del Rinascimento, che in sei anni ha incrociato informazioni provenienti dalla matematica, dalla storia dell’arte e da quella della cartografia, dall’iconografia, dalla fisica, dalla cosmologia, dalle tecniche d’incisione come dalla grafologia, senza contare moderne tecnologie di indagine come tomografia computerizzata, fluorescenza ai raggi X, analisi con sensibilissimi microscopici elettronici. Scoprendo, tra l’altro, che si tratta del più antico mappamondo esistente realizzato con la tecnica dell’incisione e che i dati in possesso di Leonardo sul Nuovo Mondo arrivavano direttamente dalle osservazioni di Amerigo Vespucci.

A confermare definitivamente l’ipotesi della paternità leonardiana sarebbe, secondo Missinne, un disegno dell’artista datato 1503 e conservato presso la British Library: classificato finora come una rappresentazione della luna, sarebbe invece uno studio preparatorio per il mappamondo.
Tra simbolismi, enigmi e un anagramma ancora irrisolto inciso sulla superficie dell’uovo istoriato, il fortunato collezionista ripercorre l’intera ricerca nel volume The Da Vinci Globe, edito da Cambridge Scholars Publishing. Da leggere aspettando il cinquecentenario di Leonardo del 2019, mentre è appena stata inaugurata a Firenze la mostra L’acqua microscopio della natura. Il Codisce Leicester di Leonardo da Vinci.