È un’arte tessile tutta femminile e con una storia affascinante quella del patchwork. La prima forma base fu il quadrato, ma su questo semplice modulo nacquero decine di combinazioni giocate sulla diversità dei colori e dei disegni delle stoffe e sui loro accostamenti. È una storia affascinante e che unisce tutto il mondo, una storia di arte e artiste come emerge nella mostra “Patchwork, l’arte che unisce: Treviso incontra il Giappone”, a Palazzo dei Trecento dal 17 al 30 novembre 2018, promossa e organizzata da Patchwork Idea, ormai un appuntamento internazionale.

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Dal primo pezzetto di stoffa quadrato nacquero disegni ancora oggi conosciuti ed apprezzati per la loro versatilità: dal ‘Four Patch’ (Quattro Pezze) al ‘Nine Patch’ (Nove Pezze) con tutte le varianti possibili, come la bellissima ‘Irish Chain’ (Catena Irlandese). Attorno al quadrato centrale si iniziò ad aggiungere strisce di stoffa chiara e scura, creando la famosissima ‘Log Cabin’.

Un po’ alla volta, malgrado le donne non avessero strumenti di precisione (al posto del metro usavano uno spago), le forme geometriche aumentarono: al quadrato si aggiunsero triangoli dalle punte più o meno acute, dai semplici triangoli rettangoli ai Mariner Compass, il rettangolo, il rombo, l’esagono e il cerchio. Ad ogni nuovo disegno (e alle sue varianti) venne dato un nome, e questo rifletteva la cultura, l’ambiente e le abitudini delle donne che li inventarono. Attraverso le riunioni comunitarie, sociali e religiose che, anche nella grande lontananza che divideva una fattoria dall’altra, furono mantenute con scadenze periodiche.A queste riunioni, e durante i lunghi inverni, la creatività delle donne, sia delle colonie nei tempi più antichi che tra i pionieri del XIX secolo, stimolò la nascita di centinaia di motivi che, oggi, sono chiamati “Tradizionali”. La ‘Rosa di Sharon’ che ricorda un versetto del Cantico dei Cantici nella Bibbia è ancora uno dei motivi più usati per le trapunte nuziali. Anche oggi è la nonna materna che prepara per la nipote questa importante coperta.

I pezzi di stoffa più belli, molto spesso, erano messi da parte per le trapunte del corredo delle figlie che, alla fine dell’Ottocento, potevano arrivare al ragguardevole numero di tredici! Anche se le ragazze iniziavano molto presto ad aiutare nei lavori di casa – come i ragazzi nei lavori della fattoria – e già ad otto, nove anni erano abili con ago e filo, la madre di famiglia iniziava a confezionare le trapunte per i corredi delle figlie alla loro nascita. L’ultima trapunta veniva lasciata incompleta sino alla festa di fidanzamento. Era tradizione che durante la giornata in cui si festeggiava questo importante evento famigliare e sociale, ogni invitato – donna o uomo che fosse – doveva collaborare a terminare il “Quilt”.

I motivi di queste trapunte erano non solo ricavati da figure ed episodi biblici (come, ad esempio, “La Scala di Giacobbe” o “La veste di Giuseppe”) ma anche da strumenti di lavoro quotidiani come il motivo della “Zangola”, o degli onnipresenti ed indispensabili “Cesti”. Molti motivi tradizionali ricordano il loro interesse ben vivo e partecipe per gli avvenimenti sociali e politici che contribuirono a creare gli Stati Uniti d’America, o a celebrare gli uomini e le donne che più seppero incarnare e tradurre in vita concreta i sogni e gli ideali del periodo; basti ricordare per tutti gli innumerevoli Patchwork-Quilt che portano il nome di celebri episodi legati alla Guerra di Indipendenza o alla Guerra di Secessione oppure che sono stati dedicati a Martha Washington che, nel cuore di molte donne americane era un modello di moglie, madre e donna socialmente impegnata nel sostenere iniziative, leggi ed istituzioni a favore degli strati più’ deboli della giovane Nazione in rapida e tumultuosa espansione. Forse il più amato, e perciò il più elaborato, più arricchito da innumerevoli varianti è il motivo della “Log Cabin” (Capanna di Tronchi) e questo stupendo e versatile motivo ricorda, anche oggi, che per tre secoli le case dei coloni e dei pionieri furono semplici capanne di tronchi.

Negli Stati Uniti d’America dal 1850 al 1860 iniziò la diffusione di massa di alcuni beni di consumo meccanici, atti a rendere la vita e il lavoro meno gravosi. Uno di questi fu la macchina da cucire inventata e prodotta, anche per uso domestico oltre che per uso industriale dal signor Singer. La confezione di indumenti casalinghi ne fu notevolmente avvantaggiata, e lo stesso avvenne per la parte Patchwork delle trapunte. Il lavoro di trapunto è rimasto, sino ad oggi, quasi esclusivamente di tipo manuale. La Fondazione Singer, che possiede una delle più importanti collezioni statunitensi di Patchwork-Quilt, ha calcolato che dal 1860 al 1940 un ragguardevole numero di trapunte è stata confezionata a macchina, cioè una percentuale tra il 50% e il 75% di tutte le trapunte confezionate in questo periodo.

Dagli anni Quaranta del Novecento sino agli anni Settanta, il Patchwork-Quilt è andato progressivamente diminuendo. Le cause di questa perdita di interesse sono, probabilmente varie e complesse: l’assunzione di moltissime donne in fabbriche, uffici, supermercati, ecc. con il conseguente inurbamento di grandi masse di giovani, uomini e donne; il boom dell’industrializzazione, che immetteva sul mercato enormi quantità di merci a prezzi molto bassi, rendendo così superfluo il lavoro casalingo di confezione di abiti e accessori per la casa; il rifiuto della prima “ondata di emancipazione” che coinvolgeva massicciamente anche le zone rurali, di fare i tradizionali lavori femminili, naturale reazione al rifiuto del modello materno.

Con la riscoperta, da parte del Movimento Femminista Americano di quello che venne definito “lo specifico femminile” vi fu anche la riscoperta che questo “specifico” aveva prodotto per almeno tre secoli veri e propri capolavori. Le riunioni dei “Piccoli gruppi” femministi ricalcavano – anche se con scopi diversi – l’abitudine alla socializzazione delle esperienze individuali tipica dei Quilting – bee.
Molte giovani donne riscoprirono così un patrimonio, sia artistico che sociale – organizzativo, che creava una continuità con le esperienze di madri, zie, nonne e bisnonne. La frattura fra generazioni, che sembrava insanabile, cominciò a ricomporsi sulla base di comuni radici culturali, espressa anche, o forse soprattutto, dal comune amore ed apprezzamento per il Patchwork – Quilt.
In Italia il patchwork si è diffuso negli anni Novanta con l’importazione dei tessuti specifici e della relativa attrezzatura e la diffusione dei primi corsi relativi. In Oriente, e in particolare in Giappone, la tecnica artigianale per creare kimono, abiti, borse e manufatti tessili per la casa, con ritagli di tessuto ha una lunga tradizione.

I segreti della cucitura patchwork, come la chiameremmo noi oggi, ma anche la tecnica per scucire e riassemblare pezzi di tessuto ancora utilizzabili, sono stati tramandati di generazione in generazione, fra le povere popolazioni rurali del Giappone, fino al XX secolo. Con il cambiamento dell’economia gli indumenti rappezzati, dal tipico colore indaco, sono stati dimenticati per essere ora rivalutati come esempio di perizia artigianale accostabile ai collage d’arte o alle più recenti tendenze della progettazione di prodotto e del riciclo creativo, il cosiddetto upcycling.